Abbiamo perso la testa
C’è una domanda che è rimbalzata ossessivamente nella testa di tanti militanti ed appartenenti ad Alleanza Nazionale, sin dall’indomani della sconfitta subita alle regionali di Aprile 2005 e del tutto recentemente alle ultime elezioni politiche di aprile 2006.
Come è stata possibile una simile debacle ?
C’è ancora smarrimento e sbigottimento. E’ difficile da credere e da mandare giù. Nell’aria c’era una strana percezione. C’era la sensazione di una qualche flessione della CDL, ma non quella del crollo rovinoso. C’era la sensazione in molte parti della penisola, del confronto serrato, del testa a testa, ma non della disfatta imminente.
Anche il centro-sinistra interrogato in merito, ha ammesso che non si aspettava una vittoria su cosi larga scala.
Dunque cosa è successo? Se ci interroghiamo per cogliere quel nesso di causalità che lega effetti e cause, se approfondiamo l’analisi per meglio comprendere le dinamiche, definire i passaggi errati, gli errori compiuti….ecco che è difficile trovare l’orientamento giusto per individuare le radici e le ragioni intime di quanto è accaduto.
Vi è una molteplicità di fattori tutti egualmente concorrenti.
Se è vero che la politica è fatta di numeri e che quest’ultimi rappresentano il consenso sommato dei cittadini che si riconoscono nel tuo progetto, allora occorre comprendere, in prima istanza, il perché i cittadini hanno “ritirato” il proprio consenso alla CDL. Perché quei cittadini che avevano votato la fiducia a Storace nel Lazio, a Ghigo in Piemonte, a Fitto in Puglia, a Pace in Abruzzo ed ancora in Liguria e in Calabria, capovolgendo radicalmente il loro orientamento, hanno decretato il fallimento delle politiche regionali messe in campo dai governatori del centro destra.
E’ corretto interpretare il fenomeno della sconfitta come esplicito fallimento delle politiche regionali dei governatori, oppure le ragioni vanno individuate altrove ?
Nel Lazio vi era un opinione diffusa, all’indomani del voto, che Storace avesse ben operato.
Nel Lazio, ad esempio, lo ha riconosciuto a “mezza bocca” anche il centro sinistra. Vi sono stati attestati di stima e di apprezzamento, trasversali agli schieramenti politici tradizionali, unanimi nel riconoscere la quantità e la qualità delle iniziative e degli interventi realizzati dalla giunta Storace.
Andreotti aveva sostenuto Storace, addirittura la Levi Montalcini aveva sollevato il suo plauso e il sostegno verso Storace e verso le sue iniziative di governo in campo sanitario.
Ma allora cosa è realmente accaduto ?
Perché il consenso ed i numeri sono venuti meno ?
Ma cambiamo scenario. Proiettiamoci all’anno seguente: il 2006.
Come in uno sciagurato deja vu le previsioni di alcune lucide Cassandre di AN trovano conferma e la CDL perde le politiche. Anche se tra mille polemiche e per soli 24.000 voti, anche il controllo del Governo nazionale passa al centro sinistra.
Nel giro di soli cinque anni il centro destra perde quasi tutto ciò che aveva conquistato nel quinquennio precedente.
La maggior parte delle regioni e delle province sono in mano al centro sinistra. Eppure dalle ultime elezioni viene fuori un Italia con un elettorato spaccato esattamente a metà.
Proviamo ad individuare delle risposte.
L’attuale crisi della CDL nasce primariamente (ma non esclusivamente) dalla forte attenuazione dei consensi ricevuti da FI ed in buona sostanza dal Premier Berlusconi.
Berlusconi, indubbiamente, come Presidente del Consiglio e Capo del Governo uscente, deve ammettere ed accettare le responsabilità collegate al fatto che le cose in Italia non sono andate bene durante il periodo in cui è stato alla guida della nazione. Negli oltre quattro anni di governo molte delle aspettative dei cittadini sono andate deluse. Le speranze che ampi strati della popolazione riponevano nell’avvento al governo della CDL, per approdare a condizioni di vita migliori, sono state disilluse. E’ pur vero che le aspettative indotte da Berlusconi e dalla CDL, nell’immaginario collettivo, erano molto alte e gli obiettivi preposti molto ambiziosi. Ciò tuttavia faceva parte del gioco.
Ciò non vuol dire che il determinismo della crisi italiana - che è poi europea - vada ricercato, esclusivamente, nell’incapacità di Berlusconi e dei suoi ministri di governare l’Italia attraverso adeguate politiche economiche e di sviluppo. Vi è, da un lato, la disastrosa crisi mondiale e la pessima congiuntura economica europea verificatasi in coincidenza con l’indomani dell’11 settembre, dall’altro l’insufficienza e la probabile inadeguatezza delle misure e delle azioni di politica economica messe in campo dall’allora super-ministro Tremonti nei tre anni di sua competenza. Forse era il caso di adeguare la politica economica di questi anni “difficili” con una più integrata politica, meno liberista e più temperata sul fronte dello sviluppo e della crescita economica.
L’applicazione dei paradigmi liberisti, introdotti da Tremonti, mutuati dalle politiche Reaganiane e Tatcheriane degli anni ’80 e ’90, probabilmente nel nostro attuale contesto storico ed ambientale non hanno trovato la capacità e la possibilità di esprimere il loro potenziale. Non è un mistero, inoltre, che l’applicazione di tali principi economici non trovano adeguata e completa applicazione in un contesto economico “vincolato” dai parametri imposti dalla politica economica, sovranazionale, europea.
Qualunque governo, di qualsiasi colore, si sarebbe trovato nelle difficoltà in cui si è trovato il governo Berlusconi.
L’introduzione dell’Euro, se da un lato ha avuto gli innegabili meriti, di unificare ulteriormente l’Europa e di proteggere la moneta dalla svalutazione, sull’altro versante ha indubbiamente impoverito le famiglie italiane (e quelle europee) diminuendo di un terzo il potere di acquisto degli stipendi degli italiani.
Quest’ultimo fatto ha generato uno stato di permanente irritazione e preoccupazione della comunità nazionale che ha dovuto fare i conti, del tutto improvvisamente, con una condizione di decremento sostanziale del potere d’acquisto della nuova moneta.
Le strategie da porre in essere, per proteggere il potere d’acquisto delle famiglie, dovevano in qualche modo avere priorità sulle scelte politiche del governo e rappresentare un momento ineludibile sulla quale concentrarsi, con la massima determinazione ed ostinazione.
Sbagliato è stato il non saper prevedere che l’avvento della moneta unica avrebbe generato un sovvertimento, in negativo, delle economie domestiche ed aver enucleato, preventivamente, delle scelte riparatrici od attenuatrici di tale tendenza.
Il nostro elettorato non si è convinto con le affermazioni di Berlusconi che sono apparse insufficienti e superficiali, quando egli ha affermato che non si poteva andare “contro le leggi di mercato” e che non si potevano mettere vincoli esterni e condizionamenti al mercato per contenere i prezzi al consumo.


0 Comments:
Post a Comment
<< Home